Ed è nel primo decennio di attività fiorentina che esegue le tavole zoologiche e botaniche tanto apprezzate da Ulisse Aldrovandi e pienamente inserite in quel clima (quasi) enciclopedistico promosso da Franceso I, così da far(ci) apparire per slittamento antonomastico, come è stato detto1, Aldrovandi il nuovo Aristotele e Ligozzi nuovo Apelle.
Ligozzi fu anche pittore di storia, nella sua produzione infatti si occupò di apparati celebrativi. Non può non essere ricordata, a tal senso, l’impresa nel Salone dei Cinquecento, simbolo del potere medieceo in cui dipinge i due enormi quadri su ardesia raffiguranti l’Incoronazione di Cosimo I (1591) e Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini (1592); opere in cui si firma provocatoriamente “Miniator”. Dell’intensa e multiforme attività di questo “pittore universalissimo” non va inoltre sottovalutata la progettazione grafica di raffinatissimi oggetti in pietra dura, ricami e tessuti.
Di singolare interesse è anche la serie di invenzioni allegoriche: l’Allegoria della Redenzione, l’Allegoria dell’Amore che difende la Virtù contro l’ignoranza e il Pregiudizio, l’Allegoria della Vanitas e l’Avarizia quest’ultima in mostra e immagine copertina del Catalogo, in prestito dal Metropolitan di New York).
Una parte della mostra è dedicata anche alle opere religiose; un’attitudine del pittore sviluppata sin dai primordi del soggiorno fiorentino ma intensificatasi a partire dal 1591, anno in cui, a seguito della realizzazione della Deposizione per il convento dei cappuccini di San Gimignano, è costretto a chiudere la bottega che teneva presso gli Uffizi, a causa dell’infrazione delle clausole contrattuali che lo impegnavano a dipingere unicamente per i Medici. A testimoniare questa sua fase, il San Girolamo sorretto dall’angelo appartenente alla chiesa di San Giovannino degli Scolopi, del Martirio di Santa Dorotea di Pescia e dell’Adorazione della Croce recentemente ritrovata nella chiesa di Sant’Andrea a Percussina, importante supplemento al catalogo dell’artista.
Fino al 28 settembre 2014
Fabrizio Del Bimbo
domenica 25 maggio 2014
Jacopo Ligozzi, "pittore universalissimo" alla Galleria Palatina
Jacopo Ligozzi, veronese di nascita, svolse la sua attività a Firenze impiantando una solida bottega. La sua presenza nella capitale granducale è fortemente documentata a partire dal 1577 – anno in cui figura presso la corte medicea- al 1627. Versatilità, genio creativo, invenzioni allegoriche e padronanza di complesse tecniche coloristiche hanno connotato l’attività di questo pittore non, o poco, omologato ai precetti delle tre arti del Disegno dell’Accademia fiorentina. La mostra di Palazzo Pitti vuole illustrare le sfaccettature di questa intensa produzione: dalle celebri illustrazioni naturalistiche realizzate a disegno acquarellato e lumegiature dorate, all’attività da ritrattista, alla regia di importanti apparati decorativi (si pensi alla perduta decorazione fantasiosa della Tribuna degli Uffizi commissionatagli da Francesco I tra 1583 e 1584).
Ed è nel primo decennio di attività fiorentina che esegue le tavole zoologiche e botaniche tanto apprezzate da Ulisse Aldrovandi e pienamente inserite in quel clima (quasi) enciclopedistico promosso da Franceso I, così da far(ci) apparire per slittamento antonomastico, come è stato detto1, Aldrovandi il nuovo Aristotele e Ligozzi nuovo Apelle.
Ligozzi fu anche pittore di storia, nella sua produzione infatti si occupò di apparati celebrativi. Non può non essere ricordata, a tal senso, l’impresa nel Salone dei Cinquecento, simbolo del potere medieceo in cui dipinge i due enormi quadri su ardesia raffiguranti l’Incoronazione di Cosimo I (1591) e Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini (1592); opere in cui si firma provocatoriamente “Miniator”. Dell’intensa e multiforme attività di questo “pittore universalissimo” non va inoltre sottovalutata la progettazione grafica di raffinatissimi oggetti in pietra dura, ricami e tessuti.
Di singolare interesse è anche la serie di invenzioni allegoriche: l’Allegoria della Redenzione, l’Allegoria dell’Amore che difende la Virtù contro l’ignoranza e il Pregiudizio, l’Allegoria della Vanitas e l’Avarizia quest’ultima in mostra e immagine copertina del Catalogo, in prestito dal Metropolitan di New York).
Una parte della mostra è dedicata anche alle opere religiose; un’attitudine del pittore sviluppata sin dai primordi del soggiorno fiorentino ma intensificatasi a partire dal 1591, anno in cui, a seguito della realizzazione della Deposizione per il convento dei cappuccini di San Gimignano, è costretto a chiudere la bottega che teneva presso gli Uffizi, a causa dell’infrazione delle clausole contrattuali che lo impegnavano a dipingere unicamente per i Medici. A testimoniare questa sua fase, il San Girolamo sorretto dall’angelo appartenente alla chiesa di San Giovannino degli Scolopi, del Martirio di Santa Dorotea di Pescia e dell’Adorazione della Croce recentemente ritrovata nella chiesa di Sant’Andrea a Percussina, importante supplemento al catalogo dell’artista.
Fino al 28 settembre 2014
Fabrizio Del Bimbo
Ed è nel primo decennio di attività fiorentina che esegue le tavole zoologiche e botaniche tanto apprezzate da Ulisse Aldrovandi e pienamente inserite in quel clima (quasi) enciclopedistico promosso da Franceso I, così da far(ci) apparire per slittamento antonomastico, come è stato detto1, Aldrovandi il nuovo Aristotele e Ligozzi nuovo Apelle.
Ligozzi fu anche pittore di storia, nella sua produzione infatti si occupò di apparati celebrativi. Non può non essere ricordata, a tal senso, l’impresa nel Salone dei Cinquecento, simbolo del potere medieceo in cui dipinge i due enormi quadri su ardesia raffiguranti l’Incoronazione di Cosimo I (1591) e Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini (1592); opere in cui si firma provocatoriamente “Miniator”. Dell’intensa e multiforme attività di questo “pittore universalissimo” non va inoltre sottovalutata la progettazione grafica di raffinatissimi oggetti in pietra dura, ricami e tessuti.
Di singolare interesse è anche la serie di invenzioni allegoriche: l’Allegoria della Redenzione, l’Allegoria dell’Amore che difende la Virtù contro l’ignoranza e il Pregiudizio, l’Allegoria della Vanitas e l’Avarizia quest’ultima in mostra e immagine copertina del Catalogo, in prestito dal Metropolitan di New York).
Una parte della mostra è dedicata anche alle opere religiose; un’attitudine del pittore sviluppata sin dai primordi del soggiorno fiorentino ma intensificatasi a partire dal 1591, anno in cui, a seguito della realizzazione della Deposizione per il convento dei cappuccini di San Gimignano, è costretto a chiudere la bottega che teneva presso gli Uffizi, a causa dell’infrazione delle clausole contrattuali che lo impegnavano a dipingere unicamente per i Medici. A testimoniare questa sua fase, il San Girolamo sorretto dall’angelo appartenente alla chiesa di San Giovannino degli Scolopi, del Martirio di Santa Dorotea di Pescia e dell’Adorazione della Croce recentemente ritrovata nella chiesa di Sant’Andrea a Percussina, importante supplemento al catalogo dell’artista.
Fino al 28 settembre 2014
Fabrizio Del Bimbo
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