venerdì 4 novembre 2011

Cena futurista del terzo millennio a Villa Le Maschere



Era il 28 dicembre 1930 quando il quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo” pubblicò, a piena pagina, il “manifesto della cucina Futurista”, scritto e meditato da Filippo Tommaso Marinetti, poeta e padre spirituale del movimento Futurista nato nel 1909 per rivoluzionare arte, letteratura, musica, teatro, danza e infine la cucina, ultima delle sue battaglie “consacrate col sangue” in cui teorie innovative e spesso bislacche rinnegavano gli stili del passato per aderire al dinamismo della vita moderna.

Nei futuristi i paradossi gastronomici così come quelli estetici miravano all'evoluzione morale: bisognava scuotere la materia per risvegliare lo spirito. La cucina futurista definita dallo stesso Marinetti come una “vera e propria rivoluzione cucinaria” venne descritta in un manuale con tanto di ricette, menu e suggerimenti per imbandire lussuosi banchetti e per servire originali pranzi.

All’epoca l’industria alimentare non era certo quella di oggi, ma a rileggere a distanza di un secolo quel manifesto e incredibile scoprire come certe intuizioni futuriste hanno trovato poi applicazione nella realtà. Un esempio su tutto l'integrazione dei cibi con additivi e conservanti e l'uso in cucina di strumenti “moderni” per tritare, polverizzare ed emulsionare.

Quanto alle ricette “rivoluzionarie” c'è da dire che, con una buona osservazione, è facile scoprire come esse traggano origine dalla cucina Rinascimentale e come in alcuni casi siano state antisegnane della nouvelle cucine all'italiana.

Il cuoco precursore del futurismo fu il francese Jules Maincave che nel 1914, aderendo al movimento futurista si dichiarava “annoiato dai metodi tradizionali delle mescolanze... monotoni sino alla stupidità” e si propose di avvicinare a tavola “elementi separati da prevenzioni senza serio fondamento tipo il filetto di montone con la salsa di gamberi, la noce di vitello con l'assenzio, la banana col groviera e l'aringa con la gelatina di fragole”.

Famosissima e impopolare fu la battaglia futuristi contro “l'alimento amidaceo” (la pastasciutta) colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo. Una palla che gli italiani portano nello stomaco come ergastolani o archeologici”.

Dichiarazioni queste che furono proclamate da Marinetti al ristorante milanese Penna d'Oca il 15 novembre del 1930, nello stesso momento in cui annunciò il manifesto scritto di suo pugno e in cui, oltre alla lotta contro la pastasciutta fra i suoi cardini proponeva l'abolizione della forchetta e del coltello, dei condimenti tradizionali,
del peso e del volume degli alimenti e della politica a tavola auspicando la creazione di “bocconi simultaneisti e cangianti», invitando i chimici ad inventare nuovi sapori e incoraggiando l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi”.

Al lancio del manifesto seguirono conferenze in Italia e Francia e il primo banchetto futurista che la storia ricordi alla taverna Santopalato di Torino nel 1931: l'“aeroboanchetto” senza tovaglia e con al suo posto foglie di alluminio e piatti di metallo.

Della cucina futurista oggi rimane sopratutto la voglia di osare e l'italianizzazione forzata di alcuni termini d'origine straniera: il cocktail divenne la “polibibita” da ordinarsi non al bar ma al “quisibeve”, il sandwich divenne il “traidue”, il dessert il “peralzarsi” e il picnic il “pranzoalsole”.
Goliardia su solide basi artistiche e letterarie, uso della chimica, grandi intuizioni da novelle cuisine e un gusto spensierato, quasi caotico, ma assolutamente originale fino allo sconfinamento nel dadaismo col “cadavere squisito”.

Un epopea culinaria contraddittoria ma meravigliosa che in pochi anni ha ribaltato tutti i saperi tradizionali di Pellegrino Artusi; una voglia di provare cose nuove, plastiche, fosforescenti ed originali che attrae anche tutti coloro che domani sera si recheranno nello splendido resort mugellano di Villa Le Maschere per vivere la cena futurista che chiuderà il ciclo di cene storico-culturali che dal medioevo ci ha condotto al terzo millennio.

Un vero “aerobanchetto” in cui, state certi, che al vostro fianco potrà anche materializzarsi, alzando il calice, lo stesso Marinetti!
Il vostro menù tanto per incuriosirvi comprenderà il “traidue”, una “polibibita inventina”, le “uova divorziate”, il “risotto all'alchechengi”, la “bomba a mano” e lo “scoppio in gola”; il tutto annaffiato da “taniche di vino”.
Nadia Fondelli

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